ROSSO TIZIANO

Image00001Credo di essermi reso conto per la prima volta, semmai ci avessi mai pensato prima, (in seguito mi tornerà invece spesso alla mente) cosa si potesse intendere per capelli rosso tiziano, quando mi resi conto che mi stava accanto e mi stava parlando dei murales di Siqueros come se nulla fosse. Una cascata ritorta e increspata di riccioli che le ricadevano oltre il collo, la pelle chiara, bianca come la Luna piena in una notte dolce e serena.

Ero in quell’età, lontana dalla ragione, in cui ancora non ti rendi conto di essere l’artefice della tua vita e di ogni cosa sei insicuro, soprattutto di te stesso. Lei invece sembrava sicurissima di quello che stava dicendo a proposito di quella gigantesca opera che torreggiava davanti a noi con le braccia gigantesche e tese davanti a noi come volesse accoglierci. Che parlasse a me, nonostante quelle insicurezze di cui ho già detto, era evidenziato dal fatto che in quell’ambiente eravamo soli e mentre parlava distoglieva lo sguardo dal murales per guardarmi. Eravamo uno accanto all’altra.

Ero venuto a Firenze da solo per quella mostra a Palazzo Vecchio, senza pagare il biglietto del treno che erano tempi in cui i soldi erano veramente pochi, non perché la mia famiglia non ne avesse ma per l’orgoglio di fare da solo non dovendo mai ne rendere conto a alcuno né tanto meno, poi, dover ringraziare.

Mi parlava non come se mi si fosse avvicinata per caso ma come se fossimo andati insieme a vedere quella mostra e ci conoscessimo da una vita. Io l’ascoltavo in silenzio che forse era il mio inconscio di maschio che già a quell’età era consapevole che una donna, seppure giovane, vuole essere ascoltata non essendo interessata alle tue opinioni, semmai ne dovessi avere alcuna.

Mi prese sottobraccio dicendo – vieni, di là ce n’è uno favoloso. Come se non bastasse, aveva gli occhi verdi e io la seguii senza chiederle chi fosse e cosa volesse. Perché aveva scelto me era invece evidente. Non c’era nessun altro a quell’ora in quel luogo. Non ero molto pratico di murales ma credo fossero riproduzioni. A modo suo anche l’Ultima cena che avevo visto a Milano era un murales e non si poteva di certo staccare dal muro per farla andare in giro per il mondo. Il mio interesse era in quel tempo di stampo strettamente “rivoluzionario”. Pensavamo di cambiare il mondo con le nostre idee e la nostra gioventù. Poi il mondo ha cercato di cambiare noi e abbiamo solo provato a resistergli, probabilmente con scarso successo. Il suo invece era un interesse, almeno credo, prettamente artistico, cogliendo in quelle opere qualcosa che a me, sicuramente sfuggiva.

Vi parrà strano ma non riuscivo a prestare molta attenzione a quello che diceva. Era molto carina. Troppo per stare realmente a sentirla che in questo, noi uomini, nel tempo non cambiamo molto. Lei sembrava apprezzare questo mio silenzio, scambiandolo forse per accondiscendenza piuttosto che per imbarazzo e con questo abbiamo pareggiato il conto che anche le donne non cambiano un granché durante tutto il percorso della loro esistenza.

Di certo posso dire che quei suoi capelli le stavano meravigliosamente bene addosso e credo che fosse consapevole del fascino che esercitavano. Se fosse tinta o meno questo non sapevo dirlo, sono cose che oltretutto a cui noi uomini non diamo molta importanza.

In seguito l’arte e il bello in genere diventeranno una parte della mia esistenza, condizionando il mio modo di pensare ma non accadrà più di avere un simile cicerone. Di Siqueros, lei sapeva tutto o almeno credo, giacché non sarei stato in grado di confutare nulla di quello che diceva.

Non so come accadde, ma a un certo punto eravamo fuori da Palazzo Vecchio camminando per Firenze e parlando del più e del meno come due amici che conoscendosi da sempre, non potevano aver altro di cui parlare di quello che stava accadendo proprio in quel momento. Mi sentivo leggero, si questa era la sensazione che provavo, di leggerezza, non m i preoccupavo ne di quello che dicevo, ne di apparire qualcosa che non ero e che sarei diventato solo molti anni più tardi.

Sarà capitato anche a voi da giovani, con una ragazza di cercare di affascinarla, di apparire più grandi e magari “vissuti” come quei pistoleri dei film western che alle spalle avevano sempre una lunga storia da raccontare che non raccontavano mai. Lei invece non aveva nessun bisogno di affascinarmi. Credo fosse evidente che se mi avesse detto: Allora per cortesia buttati nell’Arno, l’avrei fatto senza esitazione. Il fatto che nuoto benissimo è comunque un dettaglio di nessuna importanza, dovuto a un cinismo che all’epoca non avevo.

Credo che mangiammo qualcosa, dopo tanti anni non lo ricordo. Non ricordo nemmeno se avesse un bel seno o un bel fondo schiena, una cosa che invece, in seguito, mi rimarrà ben impressa delle donne che hanno condiviso lunghi o brevi periodi della mia esistenza. Almeno quelle più importanti che poi, in definitiva, sono state molto poche.

Di lei, il ricordo, è colmo della sua capigliatura e il candore della sua pelle che perfino il verde degli occhi che pure dovevano essere molto belli lo ricordo solo come un dettaglio ma di nessuna importanza. Non me ne vogliano tutte le altre se mai mi leggeranno, ma è l’unica donna di cui con precisione, ricordo la testa.

A un certo punto guardò l’orologio, mi prese per mano guardandosi attorno come stesse cercando qualcosa. Vieni, disse, come se fino a quel momento avessi fatto altro dall’andarle dietro. Entrammo in un vicolo e sbucammo su una via. Io ho ancora due mila lire disse, tu quanto hai? Mi guardai in tasca pur non capendo dove voleva arrivare. Avevo poco di più di lei. Non saremmo scappati molto lontano.

Non dovevamo andare  molto lontano infatti. I nostri averi furono più che sufficienti. Era una pensione in periferia del centro, estremamente  dignitosa per due giovani ragazzi. Aveva smesso di parlare ma a quell’età non potevo dire se fosse o meno un buon segno. In realtà lo era, ci baciammo. Fu strano, il suo sapore era indistinguibile dal mio.

Non avevo nemmeno un condom pensai. Lei mi lesse nel pensiero. Prendo la pillola ma non mi venire dentro. Credo che eravamo dello stesso segno e non si tingeva i capelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi chiese se l’accompagnavo alla stazione. Non era di Firenze. L’avrei accompagnata ovunque avesse voluto. I suoi capelli tra le lenzuola bianche avrebbero fatto perdere la testa a chiunque. Ce ne andammo da quel posto in silenzio e non parlammo nemmeno sull’autobus che ci dimenticammo di pagare tenendoci abbracciati come due teneri amanti, cosa che, in definitiva, eravamo.

Ricordo di averla messa sul suo treno, io dovevo tornare a Roma, ambedue dando per scontate tutta una serie di circostanze che non lo erano affatto. Infatti non mi è mai stato chiaro il motivo per cui io dovessi tornare a Roma, invece di seguirla sul quel treno che si allontanava.

E’ stato solo nel mio scompartimento, nel momento stesso in cui il treno partiva con quel suo sferragliante rumore che come mi fossi svegliato da un sogno ebbi un lacerante tuffo allo stomaco. Cazzo! Esclamai a voce alta. Cazzo ripetei un’altra volta tra lo stupore generale come se i presenti fossero consapevoli che non ero solito usare un linguaggio scatologico e fossero stupiti da quella mia duplice affermazione di sessualità.

Quella di conoscerla da sempre era soltanto una sensazione, una sensazione che mi aveva accompagnato tutto il giorno senza mai pormi nemmeno una domanda. Io non sapevo nemmeno come si chiamava quella ragazza, né lei conosceva il mio nome. Non c’eravamo scambiati il telefono e nemmeno un bigliettino. Nulla. E’ sincopato il rumore che il treno fa passando sopra l’interruzione tra un binario e l’altro.

Cazzo, dissi una terza volta guardando uno a uno gli altri passeggeri mentre la notte scorreva veloce nella cornice del finestrino.

 

 

 

 

 

 

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